Scrivere le proprie considerazioni “sulla labronica assenza di identità” non è un peccato e tanto meno si può essere accusati di lesa maestà nei confronti ….di chi e di che cosa ? E’ vero che “ Loro “ , i vuoti profeti di apparato per intenderci , non gradiscono da sempre la critica , ma noi che per vocazione crediamo nella diversità di opinioni, sapendo che possiamo avere anche torto, non rifuggiamo dal confronto . Rendo pubbliche pertanto riflessioni che sono state in diverse occasioni presentate in progetti cittadini ( e nel post Ambiguità culturali ) , ma che non hanno avuto il conforto di essere additate come non sensi…
Pensiamo ad un progetto culturale per Livorno che riporti il Mare ad un ruolo di centralità: il porto nella città, inteso nel suo significato simbolico di apertura al Mediterraneo ( e non solo). Livorno la Porta al Mare della Toscana, l’ avamposto di un territorio, che sappia progettare situazioni e produrre occasioni per assumere le connotazioni di sistema di riferimento di una vivacità culturale che da sempre caratterizza la Toscana. Ricostruire dunque una soggettività culturale nuova e una diversa idea di città portuale , che non si limiti alla sola fruizione del caricare o dello scaricare le merci, ma che diventi , attraverso una rivisitazione di legami antichi e nuovi , di interscambi e cooperazione, un fecondo centro di iniziativa culturale che si rifletta sulla città. L’opposto di quanto viene proposto dalla mercificazione culturale dell’effetto Venezia, che risponde solo alla liquidità monetaria di qualche amico degli amici.
Per interpretare il futuro della nostra città occorre una chiave di lettura che abbia la funzione di interagire con le trasformazioni in atto sia come strumento di comprensione che come stimolo dello stesso possibile sviluppo. Patrimonio storico, ambiente, meccanismi di assetto territoriale, nuove forme di produzione devono contestualmente corrispondere ad una progettualità di pianificazione e programmazione territoriale . La prima operazione da compiere è quella di calibrare nella giusta misura elementi diversi, ma confluenti in uno stesso intorno culturale, perché è la proporzionalità che deve essere privilegiata , l’equilibrio , non le scelte romantiche che per loro stessa natura si prestano ad essere infeconde.
In una città come Livorno si potrebbe per esempio prospettare un progetto che recuperi la storia industriale della città, ma se consideriamo “l’archeologia industriale “ come pura e semplice ripresa della memoria storica si potrebbe correre il rischio di trovarsi nelle stesse condizioni in cui si prospetta un museo senza pubblico, necessariamente destinato a non lasciare alcun segnale. La dinamicità si coglie, se accanto ad una presenza dell’uomo storicamente segnata, si riesce a comprendere il presente e si prospetta l’immediato futuro . Se il valore d’uso di un territorio è reinventato in chiave di lettura attuale e non archeologica ; il risultato si ottiene , è solo questione di metodo e professionalità. Fermo restando che i problemi relativi ad uno spazio geografico sono sempre il risultato di un mutamento complessivo che si è diversamente articolato nel corso degli anni e che in ogni caso l’uso degli strumenti di pianificazione esige una direzione politica efficace e con questa bisogna fare i conti , la pianificazione non può essere puro tecnicismo , ma una scelta di carattere politico.
E’ in questo senso che la funzione cultura intende la dinamica come integrazione territoriale, utilizzando in pari misura il nuovo sapere tecnico-scientifico e le realtà esistenti. Si deve prospettare dunque, uno spazio di intervento dove la fantasia e la creatività aprono alla fertilità dell’inventiva; ci siamo attrezzati per anni per attivare come puro valore di scambio la fruizione culturale, delegando a mediocri mercenari di corte compiti che non erano in grado di svolgere. Dobbiamo proporre soggetti e modelli diversi, che sappiano cogliere le molteplici interazioni tra cultura e contenitori culturali, fra cultura e turismo, fra cultura e comunicazione, fra cultura e territorio.
Un’idea prospettata per lo Schopenhauer Café di Via degli Asili ..che giustamente si vuole chiudere !
Se proviamo ad immaginare per esempio uno spazio architettonico “neutro”, dall’accesso facile e gradevole, dove non è importante sapere chi sei ,dove la conversazione è la principale attività contestualmente alla possibilità di fruire di luoghi, occasioni e servizi .
Lo spazio non è la nostra casa né il posto di lavoro o di studio, ma è il Terzo luogo. Un modello attuale di aggregazione : ” Being space” , una casa lontana da casa , dove stare tranquilli soli o in compagnia e per racimolare finanziamenti pubblici ….definire tutto questo un luogo sociale sarebbe probabilmente ingannevole e limitativo ; la socializzazione non scaturisce per definizione, ma per effetto dei legami di conoscenza ( in questo senso sociali) che i frequentatori attivano ed alimentano. Abbandonare dunque la morbosa provinciale tendenza di occupare spazi per insidiare, difendere e coltivare il proprio orticello , ma individuare in questo grande spazio virtualmente mutante e flessibile, esigenze e caratteristiche di volta in volta differenti e con nuove modalità di fruizione : ambiente a caratterizzazione multifunzionale sia strutturale che progettuale. Le scelte di conservazione e di dominio tendono solo a colonizzare secondo piattaforme di autoreferenziale soggettivismo . È per questo che è necessario consentire il riemergere nel Terzo Luogo a quella spontaneità creativa , che unisce soggetti diversi, accomunati solo da affinità o diversità elettive , ma che in una società irrazionalmente frenetica vogliono recuperare il senso del tempo e non farsi pilotare dagli eventi ; rimanere alla regia della propria vita ed essere predisposti a rallentare ,essere capaci ad ascoltare gli altri e pertanto capire di più il mondo E’ questo il possibile presupposto che può dare identità ad uno “spazio vitale “ dove il tempo libero è vissuto come recupero della propria emotività e viene spogliato da ogni frenesia e da quella continua ricerca di mostrarsi invece che essere. Di cosa riempire un contenitore di questo tipo? Sicuramente di opportunità , di spazi attrezzati, di luoghi ed eventi non vistosi , ma piacevoli dove ci si sente contestualmente spettatori ed attori. Gli spazi devono accogliere ed essere aperti ad ogni possibile esperienza che susciti interesse a chi lo frequenta ( Café Philo, internet, arti figurative, video, giochi – l’elenco può essere ampliato , modificato senza alcun limite ) evitando situazioni stanziali e permanenti, una sorta di work in progress che riesca a cogliere la flessibilità del presente. Il rischio di pensare ad un luogo di formazione , che educhi nel senso più ampio della parola ci porterebbe indietro negli anni e non risponderebbe alle diverse vocazioni della città : esiste , infatti, una spontaneità culturale e creativa, troppo spesso ignorata, che un Ente locale, per sua stessa definizione istituzionale, non può comprimere e tanto meno “razionalizzare”, ma incentivare e favorire al massimo delle sue possibilità. Le idee perché acquisiscano forma devono essere veicolate in modelli di comunicazione efficaci, che rispondano al “ rendere comune” , “ al partecipare” e “ al condividere”, in grado di trasmettere significati comprensibili ai soggetti interessati ad un progetto; non è sufficiente mandare messaggi , ma è opportuno predisporre le condizioni per una reale compartecipazione , che favorisca la socializzazione delle proposte messe in campo. Tutto questo può sembrare ovvio , ma la quotidianità spesso ci ricorda che anche quando si pensa di aver creato tutte le condizioni necessarie per una adeguata “partecipazione” non è detto che questa avvenga .
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